L  o    S  c  u  l  t  o  r  e
 

Q  u  a  n  d  o              l  a     P  o  e  s  i  a     p  r  e  n  d  e     f  o  r  m  a

Home Page

Biografia

Bibliografia

Le Sculture

Le Mostre

I Disegni

La Critica

Eventi

Video

Contatti

 
   L a   G r i t i c a  
     
  Il popolo di Sergio Zanni è figlio della memoria, di situazioni che il tempo metabolizza finché la partecipazione emotiva conduce a un contesto ideale. Ricordo e immaginario, riflessioni negli ipogei degli anni, illusioni da trattare in un gioco duttile e pensoso, chinare il capo di fronte a una scena che scompare per poi riviverla nella consapevolezza di una realtà contemporanea. Tutto sembra portare al sogno, alla realizzazione di un popolo di esseri strani, che sono tali solo ai nostri occhi. Per Zanni sono invece interpreti di uno spettacolo palpabile, ancorchè collegato a un larvato senso dell’arcaico, esseri che si muovono sulla pelle dell’esistenza e che la mano asseconda secondo temi dotati di valore semantico. I sogni di Zanni sono palombari con le alucce, angeli che si calano da un grattacielo per inabissarsi nel profondo dell’aria, o che emergono da una vasca che allude a mia profondità inesistente. I palombari, come tante altre invenzioni dello scultore ferrarese, sono la risultanza di una metamorfosi volutamente disarmonica, espressioni che si correlano a un’ambiguità concettuale, anfibi di una fantasia che rammentano il kantiano inganno della riflessione trascendentale. Zanni opera con la padronanza di chi sa ricavare dalla creta lo specchio del proprio intimo. Plasmando la materia catalizza i pensieri, sicché rilievi e modulazioni diventano proiezioni di un animo che nel farsi prendere dai veli della fantasia inquadra il campo dei sogni per piazzarvi un piccolo esercito che marcia sotto la bandiera dell’incanto.

Dietro i drappi e le cose ci sono sempre dei significativi, le immagini si fanno carico di una simbologia decantata da cento memorie, un insieme che rende i lavori non solo esito di un atteggiamento contemplativo, ma penetrazione espressiva di dati mnemonici traslati non in funzione edonistica, ma etica. Dietro la cosa c’è dunque un significato, e dietro un sorriso può celarsi un desiderio d’evasione per cui, fra struttura e sentimento, l’elemento poetico assume il ruolo di chi riconduce voci lontane al presente con un tocco d’ironia, che è poi l’elemento capace di escludere dall’intelaiatura tematica l’ossido della retorica. Gli uomini di Zanni hanno la testa piccola, o sostituita da uno strumento che potrebbe essere un cannocchiale, sempre però piccolo. Un modo per irridere l’attività pensante? L’universo di questi microcefali ha origini piuttosto remote, ed è relativo ad un periodo particolarmente sentito sul piano esistenziale dall’artista, quello degli anni Settanta, un momento attraversato da rivolgimenti sociali e filosofici e quindi vissuto con senso d’angoscia e con un travaglio alimentato da un grosso coagulo di perché. È di quest’epoca una serie di lavori in cui lo smarrimento è palpabile, anche se eluso da quel sorriso che nell’opera si propone come un travestimento del dramma. Niente, dunque, è più serio di un tentativo d’evasione verso il gioco della leggerezza. Zanni sa evitare il rischio dell’ovvio con un linguaggio sicuro, formalmente assonante al contenuto: una sicurezza che gli permette di dare un nome nuovo all’amarezza, una proprietà che lo porta a inventare uomini che fanno sorridere, con o senza testa, comunque intenti ad osservare il mondo dal bavero di un cappottone che sembra un avamposto sulla vita. I sogni hanno lo scafandro da palombaro, ma si vestono anche da fumatori, da pattinatori, da duellanti. I sogni sono stati d’attesa, promemoria che accompagnano l’illusione e tutto ciò che sfuma la realtà in un nuovo dato. I sogni sono modellati da una particolare architettura, che è una cifra essenziale per l’artista. La sproporzione è un espediente creativo per accentuare un particolare: nel caso, la testa, che nelle sculture è un microcosmo, punto di ricerca su cui cade inevitabilmente lo sguardo. La raccolta dei dati per la realizzazione di questo emblema formale ha un lungo datano, così, come il popolo di microcefali ha derivazioni diverse. Letture e confronti, assonanze che marchiano il subconscio, visioni di pellicole dove il fantastico combacia con la componente surreale che affascina e accompagna il suo linguaggio. I giganti buoni di certi film, l’immaginario di conflitti stellari, i colossi meccanici con il vuoto sotto l’elmetto. E tanti altri elementi visivi raccolti nella mente, inquadrature affastellate in una commistione di sentimenti, ricordi e colori da cui trarre ispirazione per un sogno con la tuta, per un’osservazione sul mondo dal terrazzo della magia, per ricostruire, dai sotterranei che custodiscono l’esercito cinese di terracotta, le sembianze di nuovi guerrieri, magari sotto forma di kamikaze, con cappottoni trapuntati, in cerchio, mentre si fasciano il capo con la benda bianca, pronti a immolarsi per la patria. Assieme ai palombari, i kamikaze occupano un posto di primo piano nel cuore di Zanni. I piloti suicidi, anche questi con la testa piccola, vengono presentati in una sorta di sorridente apologia: uomini che si fanno prendere dal vento divino, un racconto sulla creta dove il trasporto inventivo si accompagna all’amarezza e al senso della fine che accomuna uomini e cose
.
                                                                            Franco Basile